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” Fa che sia il tuo cuore a scegliere la meta “

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C’ è una città al centro dell’ isola nera affascinante, antica, storica, colorata, vitale, caotica, sporca, polverosa…dove l’ ombra non esiste, dove il sole ti schiaccia a terra con i suoi quaranta gradi d’ umidità, dove dopo poco che cammini il sudore sgorga a fiumi da ogni anfratto del tuo corpo, dove per comprare un chilo di frutta bisogna talvolta armarsi di pazienza…tanta…dove uomini, donne e bambini parlano, urlano, sovrapponendosi gli uni agli altri, dove non esistono carrelli per la spesa tanto meno posteggi sotterranei che raggiungi comodamente dove ad aspettarti trovi la tua macchina, fresca, pronta a riportarti a casa in pochi minuti! No… Stone Town la maestosa città di pietra non ti offre questo! Stone Town ti mette alla prova in ogni istante e ti fa “pagare” il suo prezzo fino alla fine…Anche quando dopo sei ore trovi un mezzo che ti riporta a casa e tu a quel punto ti ritrovi sporca, stanca, liquefatta dal caldo,puzzolente, “ubriaca”, stipata sui “dala dala” con le borse cariche di spesa, i sederi sinuosi delle donne che spingono per sedersi, il pesce appena pescato, i pulcini nelle ceste che pigolano, i bambini incollati ai seni delle mamme che dormono o piangono o senza accorgertene ti finiscono in braccio scrutandoti con quegli occhioni grandi, neri, profondi, il moccio al naso, e l’ innocenza sulle loro gote… dove profumi, olezzi e liquidi corporei si mescolano, dove ogni capello della tua testa, a quel punto, sembra aver preso la scossa ma…. perchè in fondo un “ma” c’è sempre, senti il cuor leggero, il riso salirti sulle labbra, e ancora la voglia di immortalare quell’ istante in una frivola fotografia per non dimenticare quell’ ennesima giornata Zanzibarina! E questa è una forza, la forza di continuare una vita così differente dalla tua, ma che in fondo ti fa dire: ” Io resto qua…questa, adesso, è anche la mia terra!

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” Elimu ny maisha si vitabu – Si impara dalla vita non dai libri “

Pare che il nome Zanzibar derivi dal persiano ” Zangh ” che significa ” nero ” e da ” bar ” che significa ” terra ” quindi,  la ” Terra dei neri “. Ma un esploratore inglese, Burton pensava invece che derivasse dalla frase ” Zayn za’ l bary ” ossia ” Bella è  quest’  isola” . Non si esclude neppure il termine arabo ” Zanjabl ” che tradotto vuol dire “Zenzero” , da quì,  Zanzibar la ” Terra delle spezie “…. Insomma, io lascio queste spiegazioni a chi ne sa di piu’ e vado a “fare quattro passi a Zanzibar” !

C’ è molto da scoprire su  quest ‘ isola oltre alle spiagge, alle acque cristalline, alle albe, ai tramonti mozzafiato, alla vita scandita all’ insegna della “lentezza” , del “pole pole” (” piano piano”), dei colori, dei profumi delle spezie… “molto” che anche a me rimane ancora da scoprire… e ne sono felice!

Zanzibar insomma, è nota per molti motivi! E’ innanzitutto un mix di culture arabe, persiane e bantu che si ritrovano nella lingua madre, il kiswahili. La tumultuosa storia di Zanzibar si riflette nel viso dei suoi abitanti : neri, bianchi, e tutte le sfumature tra questi due estremi, ma non è facile determinare chi sia swahili e chi no! Gli swahili non sono considerati una ” tribu’ ” ne sono mai stati una nazione unita o un entità politica. Il kiswahili si è diffuso infatti in tutta l’ Africa centrale e orientale tramite gli schiavi e i mercanti e poi è stato adottato dai regimi coloniali europei per diventare la lingua franca di quella grande regione, nonchè lingua ufficiale di Kenya e Tanzania. Si basa sul bantu africano ed è pieno di parole derivate dall’ arabo e disseminato di altri termini di origine indiane, portoghesi e inglesi. Attraverso le relazioni commerciali e l’ Islam, le idee straniere hanno influenzato ogni aspetto della vita dell’ isola creando una fertile sintesi di storia, cultura, lingua, letteratura, musica e architettura. E’ a Zanzibar che l’ Africa incontra l’ Arabia , l’ Europa e l’ Oriente. I mercanti arrivarono ogni anno spinti dal monsone kaskazi e ripartivano sospinti dal kusi. Alcuni per loro scelta o per uno sfortunato destino venivano lasciati sull’ isola, altri, decidevano di fermarsi, esuli religiosi in fuga dalle persecuzioni arabe o persone in cerca di un’ esistenza migliore in paesi lontani….(- un po’ quello che stiamo facendo noi oggi un po’ forse egoisticamente, un po’ pazzamente, un po’ spinti dal cambiamento e dal sogno quando pensiamo e decidiamo di prendere il primo volo con un unica destinazione : l’ isola di Zanzibar! -) . I matrimoni misti crearono due diverse civiltà arabo-africane , gli shirazi prima,  antenati degli zanzibarini  provenienti da una città misteriosa e da lungo scomparsa che probabilmente si trovava nella Somalia meridionale e gli swahili dopo, dei quali Zanzibar è la culla. E’ logico quindi che il nome degli swahili possa derivare dall’ arabo sahel o sawahil che significa costa. Volendo fare una metafora gli swahili sono davvero un litorale, bagnato dalle maree e da correnti di popoli e culture provenienti da tutto l’ Oceano Indiano: Africa, Arabia, Persia, India, Pakistan, Indonesia, Malaysia e persino la Cina.

” JAMBO MUZUNGU ! ”

Muzungu al plurale wazungu, è un termine che i viaggiatori “bianchi” sentiranno in eterno riecheggiare ovunque! I bambini sopratutto si divertono ad urlarlo ogni qualvolta ti incontrano! Un muzungu è un europeo bianco, il termine fu messo in circolo per la prima volta da missionari ed esploratori dell’ Ottocento che per piacere loro erano convinti significasse ” meraviglioso, intelligente o straordinario”. In realtà la parola deriva da zungua ossia “andare in giro, vagabondare, viaggiare ” o anche ” essere fastidioso” . Quest’ etichetta alla lunga stancherà, la prima volta mi ricordo che pensai: ” Molti di loro conoscono perfettamente il mio nome, mi vedono camminare per il villaggio piu’ volte al giorno perchè continuano son ‘sto “muzungu” e tutt’ oggi al mio ritorno a Zanzibar salvo pochi, la storia si ripete!”. A tutt oggi penso forse con ingenuità e infantilismo: ” E’ come se io rivolgendomi a voi vi salutassi con un “Ciao nero!… Non vi sentireste infastiditi? ” … alla fine non resistetti,porsi questa domanda a qualcuno, ma la risposta fu: ” Sentiti almeno riconoscente del fatto che non etichettiamo voi bianchi come lo farebbero i masai  che alla vista di voi europei con addosso i pantaloni vi battezzeranno ” iloridaa enjekat” ovvero ” coloro che imprigionano… i peti” …Ne concluse una fragorosa risata! Ehhhh…questa è l’ Africa!

 

 

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